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Giuseppe Varchetta, Recensione a Nulla due volte ("For", marzo 2007)



Noi siamo una specie poetica. Ce l’ha ricordato Richard Rorty nel 1983, citato da Fulvio Carmagnola in suo libro sulle problematiche dell’apprendimento, intitolato appunto La specie poetica.
Ricordo tutto questo per introdurci degnamente alla circostanza, insieme lessicale ed epistemologica, secondo la quale poesia deriva da poieo e, in quanto tale, va considerata la più alta espressione, per meglio dire l’espressione in sé, del lavoro delle donne e degli uomini.
I nostri due autori, Minghetti e Cutrano, vedono dunque “giusto e da lontano” quando accoppiano il management – in altre parole il fare quotidiano nelle organizzazioni – con la poesia.

… C’è, c’è stato e sempre ci sarà un gruppo di individui visitati dall’ispirazione. Sono tutti quelli che coscientemente si scelgono un lavoro e lo svolgono con passione e fantasia … l’ispirazione, qualunque cosa sia, nasce da un incessante “non so” … un lavoro non amato, un lavoro che annoia, apprezzato solo perché comunque non a tutti accessibile, è una delle più grandi sventure umane …
E ogni sapere da cui non scaturiscono nuove domande, diventa in breve morto, perde la temperatura che favorisce la vita … per questo apprezzo due piccole paroline: “non so”. Piccole ma alate.
Il mondo, qualunque cosa noi ne pensiamo, spaventati dalla sua immensità e dalla nostra impotenza di fronte a esso, amareggiati dalla sua indifferenza alle sofferenze individuali … esso è stupefacente.

(Wislawa Szymborska, 1997)

… Ogni nuova realtà estetica ridefinisce la realtà etica dell’uomo. Giacchè l’estetica è la madre dell’etica. Le categorie di “buono” e “cattivo” sono, in primo luogo e soprattutto, categorie estetiche che precedono le categorie del “bene” e del “male”.
Se l’arte insegna qualcosa (…) è proprio la dimensione privata della condizione umana … L’arte stimola nell’uomo, volente o nolente, il senso della sua unicità, dell’individualità, della separatezza, trasformandolo da animale sociale in un io autonomo.
… Esistono, come si sa, tre modi di cognizione: quello analitico, quello intuitivo e il modo noto ai profeti biblici, la rivelazione. Ciò che distingue la poesia dalle altre forme letterarie è che usa insieme tutti e tre questi modi (orientandosi prevalentemente verso il secondo e il terzo) … Chi scrive una poesia la scrive soprattutto perché l’esercizio poetico è uno straordinario acceleratore della coscienza, del pensiero, della comprensione dell’universo.

(Josif Brodskij, 1987)

… La poesia soddisfa l’esigenza contraddittoria che la coscienza prova in momenti di estrema crisi: il bisogno, da un lato, di dire la verità dura e punitiva; dall’altro, di non indurre la mente al punto da rinnegare il proprio desiderio di dolcezza e di fiducia
. … L’immagine possiede quell’adeguatezza documentaria che è in grado di rispondere a tutto ciò che sappiamo dell’intollerabile. C’è un altro tipo di adeguatezza, che è propria della poesia lirica. Essa ha a che fare con il “tempio dentro il nostro ascolto” che coi versi del poema portano in vita … la forma poetica … è di cruciale importanza per la forza che la poesia ha di fare quello per cui le si dà e sempre le si darà credito: la forza di persuadere la parte vulnerabile della nostra coscienza di essere nel giusto, a dispetto di tutte le ingiustizie che le sono intorno; la forza di ricordarci che siamo cacciatori e raccoglitori di valori, e che le nostre solitudini e angosce sono degne di credito, nel senso che esse, pure, sono un pegno della nostra autentica umanità.

(Seamus Heaney, 1995)

Ho collocato in un immaginario caffè letterario in una chiara fine giornata di inizio di primavera Seamus Heaney e Josif Brodskij accanto alla nostra poetessa, per allietarla, conversando con lei. I nostri tre poeti, tutti e tre Premio Nobel degli anni ’80 e ’90 del Novecento, se si fossero incontrati avrebbero parlato d’altro, forse più che altro bevuto insieme. Non avrebbero certo autocitato passi del discorso di accettazione del Premio Nobel che ognuno di loro aveva già pronunciato, ma che il recensore ha trascritto per introdurre degnamente il testo di Minghetti e Cutrano, che come un autentico dono è rimbalzato sui nostri tavoli all’interno di stagioni del nostro tempo organizzativo che molti di noi definiscono “del nostro scontento”.
La ricerca di Minghetti e Cutrano è una ricaduta florida e felice di quel progetto relativo allo humanistic management che i due autori hanno avviato tre anni fa, proponendolo come prospettiva per una nuova frontiera della Cultura d’Impresa, nel tentativo di superare gli stalli del cosiddetto scientific management.
Quella ricerca era stata – come peraltro anche questo secondo transito – collettiva, capace prima e soprattutto di creare un network di emozioni e di cognizioni intorno alle grandi topiche dell’esperienza organizzativa contemporanea.
Con questo secondo “passaggio” i due autori prendono “partito” in maniera ancora più netta, indicando la ragione del fallimento delle tradizionali scuole di management e della formazione in generale, nel tentativo di contenere l’onda vorticosa della nostra contemporaneità da loro definita “incessantemente mutevole, rinnovata, imprevedibile, in una parola ‘impermanente’”. La ragione di questo fallimento andrebbe ricercata in un vizio genetico delle scuole di management ancora ispirate, talvolta, inconsapevolmente, dai principi dello scientific management: “la persistente ricerca di una formula in grado di dominare integralmente la complessità della vita, e quindi delle imprese, mentre la realtà non consente più di essere regolata da un paradigma ordinatore dalla validità assoluta”.
E sembra così naturale, vorrei dire felicemente naturale, per i nostri due autori l’approdo alla poesia, la cui vocazione – tanto chiaramente e orgogliosamente evocata dai tre poeti nel loro gesto di accettazione del Nobel – è quella di “accompagnare e sostenere l’evoluzione dell’uomo, grazie alla sua capacità di dare senso a ogni momento dell’esistenza”.
Coerentemente, con la determinatezza di chi ha scelto una strada in salita, i due autori ripercorrono cinque grandi temi “fondamentali per la comprensione delle aziende attuali”, affidandone la comprensione di senso da una parte a 25 poesie della nostra poetessa, dall’altra ai commenti in chiave organizzativa di ciascuna poesia scritti da Marco Minghetti, dall’altra ancora a un portfolio fotografico di Fabriana Cutrano – interamente realizzato a Londra, “città europea che più di ogni altra riflette la molteplicità impermanente della contemporaneità” – e, infine, dalla testimonianza di 25 autori – manager, artisti, intellettuali – che commentano la poesia iniziale scelta dai due autori come pietra fondante l’avvio del commento poetico ai cinque territori organizzativi prescelti: alla ricerca dell’identità individuale e collettiva; l’autosviluppo e le relazioni personali: la forza dell’ironia; fra intuizione individuale e riflessione condivisa; i cloni e i mutanti; sense making.
“Nulla due volte accade, né accadrà”. In questi versi della Szymborska, con “la precisione immaginifica della grande poesia”, si coglie, verrebbe a dire si uncina, la natura della contemporaneità. Le pagine che Minghetti e Cutrano ci offrono mantengono un pathos costante, riga dopo riga, tema dopo tema, particolare dopo particolare. Sono queste pagine insieme uno strumento e una testimonianza. Uno strumento prezioso per comprendere, superando le asfissie del capire, e noi che leggiamo e i mondi che ogni giorno costruiamo e, soprattutto, la relazione che ci connette con l’altro dentro di noi e l’altro, nel cui viso ci rispecchiamo; testimonianza di come si dovrebbe fare formazione oggi: la complessità del presente non può essere ridotta, pena la sua perdita ontologica, quale approdo sicuro di ogni tentazione semplificante; se questo è minimamente fondato, la formazione non può non diventare Bildung, alta formazione in altre parole, capace di ricomprendere in una prospettiva di e…e le istanze della performance con quelle del senso, le istanze dell’efficienza con quelle della cura, le istanze della produzione con quelle della riproduzione; le istanze, in altre parole, del nostro maschile, con quelle del nostro femminile.
La nostra poetessa nel 1976 scrive che

“quattro miliardi di uomini su questa terra, ma la
mia immaginazione è uguale a prima.
Se la cava male con i grandi numeri.
Continua a commuoverla la singolarità …”

introducendoci magnificamente a quella sfida dell’unicità, agli ossimorici traguardi dell’unitas multiplex che Minghetti e Cutrano ripetutamente, nell’ordinare le loro pagine, ricordano e testimoniano.
Ma l’unicità è una sfida per chi gestisce oggi l’autorità nelle organizzazioni, in altre parole per il management, chiamato a ricercare quotidianamente modalità di colloquio individuale con ogni collaboratore, nella conservazione adulta e avanzata di necessarie politiche organizzative. Ma è contemporaneamente una sfida per noi tutti chiamati a interpretare secondo le circostanze che la vita ci offrirà e che sapremo costruirci, giorno dopo giorno, col nostro pensare e col nostro operare. Forse il segreto sta, come la poetessa ci ha ricordato nel suo dire di accettazione del Nobel, nel continuare a stupirci malgrado tutto nei confronti dello spettacolo del mondo e della vita, continuando ad ammirare senza invidiare, evitando il più possibile la disattenzione.

“Ieri mi sono comportata male nel cosmo.
Ho passato tutto il giorno senza fare
domande,
senza stupirmi di niente.
Ho svolto attività quotidiane,
come se ciò fosse tutto il dovuto.
Inspirazione, espirazione, un passo dopo
l’altro, incombenze,
ma senza un pensiero che andasse più in là
dell’uscire di casa e del tornarmene a casa.
…”
(Disattenzione, in Due punti, 2005, Adelphi, 2006)

Esiste un’accidia personale che, caduti i confini oggi nel tempo delle nostre ore, può diventare accidia organizzativa.
Un grazie a Minghetti e Cutrano per averci consentito questi pensieri e queste emozioni.